Quanto sei cresciuta!
L’anti-bildungsroman visivo di Antonio Jeorge Gonçalves
“Quanto sei cresciuta!”
Una frase che, a seconda dell’età, può generare reazioni molto diverse. Per lo più orgoglio (quando sei molto piccolo) o imbarazzo (quando fare i conti con un corpo che cambia rende tutto più complicato). Superata una certa età, provi uno strano mix di indignazione e incredulità: cosa si aspettavano, che crescessi solo un po’?
Una frase che solitamente gli adulti pronunciano con superficialità o, per lo meno, in modo meccanico. Con finto stupore, se non sanno cosa dire, o per complimentarsi, come se crescere fosse un merito personale, una conquista che si può pianificare a tavolino.
Nell’albo illustrato Quanto sei cresciuta! di Antonio Jeorge Gonçalves, poliedrico illustratore portoghese, la protagonista non solo cresce per davvero, ma lo fa in modo esagerato. Per entrare nelle ridotte dimensioni della copertina, deve chinarsi e abbassare lo sguardo sulla lunga fila di piccole creature che intanto la giudicano, fanno congetture, accorrono per verificare con i propri occhi quel fenomeno incredibile. Osservandoli meglio, gli omini neri in copertina e all’interno del libro ricordano i medici della peste cinquecenteschi, con le loro maschere appuntite a proteggerli dal contagio.
Le gigantesche dimensioni della protagonista rappresentano un bel problema, prima di tutto perché nessuna casa riesce più a ospitarla. Gli adulti intorno a lei si premurano immediatamente per costruirle un nuovo spazio in cui abitare, adatto alla sua enorme statura. Quello di cui ha bisogno, però, non è un recinto che la contenga, soprattutto se progettato da altri.
Quando gli adulti che circondano la protagonista capiscono che la sua altezza smisurata può essere molto utile iniziano a sfruttarla. Avanzano richieste sempre più rischiose, fino a quella più insensata ed egoista, abbassare il sole così che nessuno abbia più freddo. Ma chi si avvicina troppo al sole, ce lo insegna la mitologia, si brucia: le mani della non-più-bambina sono ridotte a due mucchietti di cenere, che non servono più a nessuno. Ferita e abbandonata da tutti, la creatura si rifugia in quella che scopre essere la sua dimensione più autentica, il bosco.
In qualche modo, Antonio Jeorge Gonçalves ci propone un piccolo bildungsroman visivo, di cui però rifiuta gli assunti costitutivi. La sua protagonista compie un percorso di crescita attraverso il superamento di prove, ma il progressivo abbandono dell’innocenza, tipico del romanzo di formazione ottocentesco - così come l’approdo a un’accettazione da parte della società - lasciano il posto a una progressiva e profonda consapevolezza di sé.
Mi chiedo allora se sia questo il senso più profondo della crescita. Scoprire un nuovo senso di appartenenza (a un luogo, per esempio), risvegliarsi in un corpo che all’inizio non riconosciamo, ma che piano piano diventa nostro. Una ri-definizione continua dello spazio di cui abbiamo bisogno, di nuovi confini da tracciare per poi superarli. Una sproporzione che diventa accettabile nel momento in cui viene riconosciuta come identitaria.
Un recentissimo studio dell’Università di Cambridge, pubblicato su Nature Communications, rivista scientifica britannica, ha presentato un nuovo modello di sviluppo del cervello umano che sposta la soglia dell’età adulta molto più in là di quanto si pensasse finora. I ricercatori hanno individuato un’adolescenza neurologica che va dai 9 ai 32 anni, un periodo durante il quale il cervello continua a raffinare le connessioni e ad aumentare l’efficienza. L’età adulta vera e propria, dunque, inizierebbe solo dopo i 30 anni.
La complessità della materia grigia è stata delineata analizzando quasi 4 mila persone con un’età compresa tra 1 e 90 anni, in particolare focalizzandosi sulle connessioni neurali e il tracciamento delle fibre che collegano le aree cerebrali. Il cervello si organizza, cresce, cambia e affronta una fase finale di declino: si tratta di un percorso prolungato, che presenta però dei turning point a 9, 32, 66 e 83 anni.
Un’adolescenza di 23 anni può apparire spaventosa. Ma, evitando semplificazioni superficiali, Alexa Mousley del Mrc Cognition and Brain Sciences Unit e Duncan Astle, ricercatore di neuroinformatica all’Università di Cambridge, precisano come il loro studio dimostri che solo in questo arco di tempo l’efficienza neuronale sia davvero in aumento.
Non si tratta dunque di avere a che fare con trentenni che si comportano da adolescenti, ma di una tensione al cambiamento che risulta caratteristica di un’intera fase della vita. Di un’inquietudine giovanile che diventa scientificamente accettabile.
di Francesca Aldrighi per ALTRƎTRAME
Per approfondire lo studio dell’Università di Cambridge di cui parla questo articolo puoi leggere: https://www.bbc.com/news/articles/cgl6klez226o
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